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Attivo dei delegati - 8 novembre 2012

«Serve la consapevolezza che serve lottare per cambiare, che quando ti cancellano il futuro, quando ti sottraggono diritti fondamentali, tu devi reagire, non rassegnarti. Guai se ci dovessimo rassegnare. Non appartiene né a noi né alla nostra storia, fatta anche di sconfitte ma, soprattutto, fatta di conquiste sociali e di civiltà. Perché noi siamo la CGIL.»

Stralci dalla relazione di Mimmo Palmieri, segretario generale Cgil Cremona

La decisione presa dalla Confederazione Europea dei Sindacati ricopre un valore storico: per la prima volta, utilizza un’iniziativa forte di mobilitazione in tutti gli stati Europei. Una giornata non solo simbolica, ma un’iniziativa che include nelle scelte autonome di ogni singolo stato anche lo strumento dello sciopero generale, non era mai capitato nella storia del sindacato europeo. (…)
Le scelte sbagliate politiche neoliberiste e di destra fatte dall’Europa hanno avuto una ricaduta pesante sull’intera popolazione europea, incidendo maggiormente in modo negativo nei paesi coinvolti nella crisi, tra questi certamente il nostro Paese.
Ad andare per primo in crisi è stato il modello sociale europeo. Si è pensato che la strada maestra per affrontare la crisi, fosse quella di scaricare il debito sociale solo su una parte di cittadini.
Si è cominciato con lo smantellamento delle protezioni sociali, aumentando la flessibilità del mercato del lavoro, privatizzando i servizi pubblici, aumentando la pressione per ribassare i salari, diminuendo le pensioni, attaccando la contrattazione collettiva e il dialogo sociale, tutto questo senza tener conto che così facendo si sono aumentare le disuguaglianze fino a portare una fetta importante di cittadini all’esclusione sociale rispetto ad un modello che faceva dell’Europa certamente un sistema avanzato per la sua coesione e protezione sociale. (…)
I vari vertici europei hanno confermato, purtroppo, che le posizioni neoliberiste in Europa si sono rafforzate e premono per mantenere inalterata una linea di dura austerità, considerando la crescente disoccupazione e il rallentamento dell’economia una sorta di “danni collaterali” di una linea necessaria.
La conseguenza è lo stravolgimento del funzionamento dell’economia e dello stato sociale.(…)
Risanamento, equità e sviluppo sono gli obiettivi dichiarati da Monti all’insediamento del suo Governo. Di questi è evidente il risanamento dei conti pubblici, ma è evidente l’assenza di equità e politiche di sviluppo.
Il paradosso è che le misure adottate hanno reso il nostro paese più debole. (…)
Ci sono volute solo due settimane per fare la riforma delle pensioni e due mesi per fare la riforma del mercato del lavoro, mentre ci sono voluti 11 mesi per fare una legge anti-corruzione.
Una legge che non andrà certamente ad incidere sulla corruzione e l’illegalità in Italia, basti pensare il non inserimento in seno alla legge del falso in bilancio. (…)
Quando si parla di competitività e di produttività ci si immagina immediatamente la possibilità di lavorare di più, tralasciando che la corruzione e il malaffare, nel nostro paese sottrae circa 80 miliardi di euro all’anno alla nostra economia nazionale. Mentre le mafie e le loro holding fatturano circa 170 miliardi annui. Cifre vergognose che nella classifica internazionale sulla corruzione mondiale ci pongono al 69 posto, alla pari con il Ghana e Macedonia.
Ogni posizione che perdiamo causa una riduzione del 16% degli investimenti dall’estero nel nostro Paese: altro che ribadire che la mancanza di investimenti esteri in Italia è legata essenzialmente alla non possibilità di licenziare!
Davanti a questo fenomeno ormai strutturale nel nostro Paese, è veramente molto strano come nella famosa lettera inviataci dalla commissione europea, sui fatidici “compiti da fare a casa”, non troviamo nessun riferimento come comportamento prioritario per un’azione di governo contro la corruzione e l'illegalità, mentre venivano ribadite altre priorità come la riforma delle pensioni e del mercato del lavoro.
La legalità è la priorità soprattutto quando parliamo del lavoro. (…)
Se parliamo del lavoro, sempre più si assottiglia la sfera dei diritti individuali e collettivi. Quando parliamo dei diritti sul lavoro, dobbiamo incominciare ad analizzare un fenomeno nuovo. (…)
Per mancanza di lavoro, si può dire sì al lavoro in una azienda dove le norme sulla sicurezza non vengono rispettate, pur di lavorare si possono accettare riduzioni salariali importanti, pur di farti lavorare posso anche non rispettare il contratto nazionale di lavoro, attraverso gli appalti al ribasso ti posso far lavorare ma solo a determinare condizioni salariali, e potrei continuare con altri esempi.
Siamo in presenza di una nuova frontiera del diritto al lavoro che trova la sua determinazione soprattutto nei lavori poveri, e spinge sempre più lavoratori e lavoratrici in una sacca di cittadini che non sono più protetti dai diritti né del lavoro né di cittadinanza..
Ecco perché la Cgil ribadisce e ritiene che non si possa parlare di lavoro se non si rimette al centro la lotta contro l'illegalità, perché se oggi la crisi pesa sempre di più nelle tasche dei lavoratori e pensionati onesti è anche colpa dell’illegalità diffusa, del quale il nostro Paese deve liberarsi quanto prima. (…)
Il lavoro, o meglio la sua assenza, è oggi il problema numero uno, ma nessuno sembra avere un’idea concreta di come risolverlo o almeno di come affrontarlo. Perfino la recente dichiarazione del presidente di Confindustria, che ha sollecitato gli italiani a “lavorare di più”, appare alquanto in contraddizione con gli ultimi dati sulla disoccupazione, diffusi dall’Istat. Gli inattivi, cioè coloro che non cercano nemmeno più il lavoro, sono stati quasi 100 mila in più in un solo mese; i disoccupati sono due milioni 744 mila, i giovani e le donne senza lavoro ormai un esercito. E questo è probabilmente lo spread numero uno di cui è necessario preoccuparsi.
Lo scenario è questo, lo conosciamo; fa specie che il premier Monti scarichi ancora una volta sulle parti sociali il problema della produttività, mettendo come priorità il ridimensionamento salariale dei rinnovi contrattuali, cercando si spostare risorse economiche sui contratti di secondo livello, svuotando completamente il contratto nazionale.
Servono idee e proposte organiche per l’immediato futuro.
Ecco perché la Cgil ha deciso di rilanciare un Nuovo Piano del Lavoro. Per ridare dignità al lavoro, per ripartire da una nuova proposta economica e occupazionale, partire da un punto imprescindibile: c’è bisogno di più diritti, più tutele, più Welfare, provando a disegnare una nuova idea che possa far vivere al paese una nuova stagione di coesione sociale e di uguaglianza.
Un’idea di Paese diverso, che oltre a dare una risposta alla crisi possa diventare proposta da avanzare al Paese e alle sue forze politico sociali. (…)
Ma se ho parlato di democrazia e di regole, una delle priorità è fermare soprattutto in questo momento chi si sente esonerato dal rispettare le sentenze della magistratura, la democrazia e la nostra Costituzione.
Mi riferisco alla Fiat e soprattutto al suo amministratore delegato.
Proseguire con l’intento di dividere gli operai è dannoso e antidemocratico. La posizione di mettere in mobilità 19 lavoratori per assumerne 19 lavoratori iscritti Fiom ha un discrimine aggiunto.Comodo far passare l’idea che l’organico è già sovradimensionato per il mercato italiano, tralasciando e dimenticando che l’atto discriminatorio nasce all’inizio delle assunzioni. Quando tu decidi di non assumenre lavoratori iscritti alla Fiom commetti un atto antisindacale, ma soprattutto ti poni al di là delle regole democratiche e civili. (…)
E sempre di regole parliamo quando chiediamo, a distanza di un anno e mezzo, che venga colmato il ritardo nell’applicazione dell’accordo del 28 giugno.
È ormai evidente a tutti noi come il superamento dei contratti separati può avvenire solo con regole certe come quella sulla rappresentanza sindacale e sulla democrazia. Sappiamo come Cisl e Uil non abbiano contribuito in quest’ultimo anno a compiere il passo per una esigibilità di questo accordo. Se non si compierà la sua applicazione per via pattizzia, non resterà che declinare al prossimo parlamento una legge sulla rappresentanza. (…)
La manifestazione del 20 ottobre a Roma è stata fatta per mettere in evidenza le innumerevoli crisi e vertenze che ormai da tempo aspettano risposte. Dietro ogni vertenza ci sono migliaia di uomini e donne in carne e ossa che vogliono sapere, conoscere il loro futuro. (…)
Ma la manifestazione è servita anche per ribadire come diventa centrale una politica industriale, che ormai da troppi anni latita nel dare una configurazione industriale futura di prospettiva al nostro settore manifatturiero. Stiamo perdendendo interi settori industriali, strategici per la nostra economia, dalla siderurgia all’acciaio, l’Ilva di Taranto ne è l’emblema con l’entrata in cassa di circa 2.000 lavoratori. (…)

Ho cercato di riassumere le motivazioni principali che hanno spinto la Cgil a proclamare lo sciopero generale di mercoledì 14 novembre, aderendo alle motivazioni del sindacato europeo, ma anche per cambiare le politiche fatte dal governo Monti, a partire dalla legge di stabilità. Cercando di indicare anche quali sono le priorità per una nuova agenda politica per il nostro paese.
L’idea di un paese diverso: questo è quanto noi pensiamo.
Non è uno slogan, la Cgil ci crede veramente.
E perché questo avvenga non serve a niente essere rassegnati, o immaginare che nulla si possa cambiare.
Serve la consapevolezza che serve lottare per cambiare, che quando ti cancellano il futuro, quando ti sottraggono diritti fondamentali, tu devi reagire, non rassegnarti.
Lo sciopero serve per manifestare tutto il nostro disappunto contro il perseverare di politiche che stanno sempre più portando il nostro paese ad un declino irreversibile.
Guai se ci dovessimo rassegnare, questo non appartiene né a noi né alla nostra storia, fatta anche di sconfitte, ma soprattutto fatta di conquiste sociali e di civiltà.
Perché noi siamo la Cgil.