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130° anniversario de “la boje”

Nell’ambito del programma di iniziative dell’Istituto “Alcide Cervi” sabato 18 ottobre 2014 nel salone della Camera del Lavoro di Cremona (via Mantova 25) si è svolto il convegno su I moti contadini di fine ’800 nel cremonese.
Ore 15: Presiede e apre i lavori Maria Luisa Betri (del Comitato scientifico per il 130° de la boje presso l’Istituto Cervi)
Introduzione di Mimmo Palmieri (segretario generale CGIL di Cremona): Attorno alla nascita della Camera del lavoro di Cremona
Ore 16: Relazione di Fabrizio Superti (storico, Sindaco di Persico Dosimo): Dai primi scioperi contadini ai moti del pane; Giuseppe Barbiani ed i processi a Cremona per i reati di sciopero e di sovversivismo
Comunicazione di Paolo Carletti (autore del saggio “Lotta di classe nelle campagne cremonesi 1882-1922”): Le prime rivendicazioni delle donne lavoratrici nelle nostre campagne


Riportiamo l’intervento del segretario generale della Cgil cremonese Mimmo Palmieri:

Attorno alla nascita della Camera del lavoro

“La bóje, la bóje e debòto la va dessora! (Ribolle, ribolle e di botto tracima)” – questo pare sia stato il grido di battaglia dei moti contadini della valle padana nella seconda metà dell’Ottocento. Lasciando ad altri il compito di analizzare questa fase del movimento dei lavoratori della terra, mi limito a mettere in evidenza quel momento in cui le elaborazioni teoriche, politiche e il “ribollire” spontaneo di un mondo di diseredati arrivano ad una sintesi organizzata: parliamo della nascita delle Camere del lavoro.

Le camere del lavoro nascono grazie sicuramente anche ad una considerevole forza di quei settori della politica che ne sostenevano l’importanza, anzi l’esigenza, ma in maniera decisiva grazie a quelle forme organizzate dei lavoratori – cooperative, leghe di mestiere, società di mutuo soccorso – che già nei decenni precedenti ne hanno incanalato l’insofferenza. I tre cerchi del primo simbolo stanno a testimoniare proprio questa unificazione tra mutualità, resistenza e cooperazione. Oggi parliamo di previdenza, di collocamento, di rivendicazioni salariali e di diritti nei luoghi di lavoro, però tutto questo era abbozzato lì, nei tre cerchi concatenati. Nell’unità di questi tre cerchi poteva realizzarsi la trasformazione dei “moti” in “movimento”.
La massa dei lavoratori dei decenni che costruivano l’Italia unita non poteva che esprimere delle legittime aspirazioni, la più radicale delle quali è proprio quella dei diritti.
Nel 1842 così parlava Giuseppe Mazzini, sostenitore tra i primi delle associazioni operaie:

“Le insurrezioni, fino ad oggi tentate, ebbero carattere esclusivamente politico; il lavoro attuale tende a far sì che la prima insurrezione porti carattere politico e sociale ad un tempo.
Ma per riescirvi sono necessarie due cose: l’una, che i milioni, i quali invocano un migliore ordinamento sociale esprimano i loro bisogni; l’altra, che i migliori, o i più fra gli uomini componenti la prima classe [ovvero i “possessori esclusivamente degli elementi d’ogni lavoro, terre, credito, o capitali”] simpatizzino coll’espressione di quei bisogni e intendano la necessità di riunirsi a soddisfarli concordemente.
La prima è necessaria, perché le rivoluzioni non prevengono, non indovinano i bisogni dei popoli, ma li concretano, li traducono in fatti, li riducono a legge. La seconda è necessaria, perché altrimenti le rivoluzioni si ridurrebbero a guerre civili, nelle quali la decisione, qualunque siasi, a qualunque parte spetti il trionfo, è pur sempre questione di forza e sostituisce una tirannide all’altra.
E l’unica via da seguirsi per ottenere queste due cose è l’ordinamento in associazione degli uomini, che invocano il mutamento sociale” (1).

Dunque – sintetizzando il pensiero mazziniano – i bisogni espressi dai “milioni” devono essere “tradotti in fatti”, “ridotti a legge”, attraverso un grande mutamento non soltanto politico ma sociale. Il primo e fondamentale mutamento sociale è proprio quello di considerare “i milioni” e le loro associazioni come parte – o contro/parte – nel processo di determinazione delle regole atte a garantire il soddifacimento dei bisogni di quei “milioni”.
Passeranno però molti decenni prima che, per esempio, lo sciopero – elementare, per non dire “viscerale”, spontanea forma di contrapposizione, di protesta – diventi forma legalmente riconosciuta di lotta economica (nel 1889, con il nuovo Codice penale “Zanardelli”), e soltanto nel 1901, davanti ai due rami del parlamento, Giolitti riconoscerà la “legittimità dello sciopero come strumento di lotta delle classi operaie e contadine configurando le organizzazioni dei lavoratori come interlocutrici … dei proprietari terrieri e dell’industria”.
Si tratta, dunque, di costruire la coesione di una classe sociale, quindi di costruire uno strumento di lotta, ma nello stesso tempo anche di “innestare il fenomeno sindacale sul terreno del diritto comune dei contratti e delle obbligazioni” (2). Il Codice civile, infatti, era strumento obsoleto nel regolare i rapporti tra datori di lavoro – “i padroni” – e i singoli lavoratori, soggetti troppo deboli per poter parlare, tra di loro, di un vero “contratto”, nel senso non tanto giuridico del termine ma secondo criteri di giustizia sociale.

La “classe operaia” del fine ’800 a Cremona non è certo quella delle grandi città industriali: secondo la statistica del 1888 del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, nella provincia di Cremona ci sono 449 ditte, con un totale di 12.291 occupati. Circa il 66% di questi lavoratori è occupato nelle lavorazioni legate alla produzione della seta, quasi il 10% nella produzione dei laterizi. Il restante 24 per cento è suddiviso in tutte le altre attività produttive, dalla produzione di pasta a quella dei fiammiferi o di carrozze. Le 19 ditte che nella provincia producono torrone e mostarda hanno più dipendenti (350, il 2,85% del totale) di quanto ne abbiano le 11 officine meccaniche (216, l’1,76%).
Questo tessuto industriale non è assolutamente in grado di assorbire la massa bracciantile espulsa dall’agricoltura che nella seconda metà dell’800 attraversa un periodo di grande trasformazione agronomica e tecnica; trasformazione che per milioni di lavoratori recide quel rapporto con la terra per cui potersi considerare “contadini”, trasformazione che ci restituisce una valle padana brulicante di “operai della terra” senza terra e senza diritti.

È questo il terreno dove si rafforzano le prime organizzazioni cosiddette “contadine”.
Alla nascita della Camera del lavoro gli aderenti alle leghe di resistenza sono 400, ma solo pochi mesi dopo il numero sale a 2.400. Oggi è impossibile stabilire quanti di loro appartenessero alle fasce più garantite (per modo di dire) degli “obbligati”, degli addetti alle stalle e in generale alla cura degli animali (come i cavallanti, ecc.), e quanti erano i braccianti “obbligati” e “disobbligati”: coloro che sommavano all’incertezza del lavoro anche l’incertezza della casa, quanti gli avventizi (che oggi affollerebbero gli uffici delle agenzie di lavoro interinale…)
L’associazione operaia con maggior numero di aderenti è – e non può essere diversamente sulla sponda del Po – quella dei braccianti-badilanti (349), e non sorprende nemmeno la forza numerica, sin dalla nascita, della lega delle filatrici di seta (220). Può sorprenderci, al limite, che nel 1894 la Società Cooperativa filarmonica abbia quasi lo stesso numero di aderenti dei carrettieri (84).

Con attenzione ai primi tentativi di costituire le cosiddette “borse del lavoro” in Francia, in Belgio, in Austria (che per la verità avrebbero dovuto occuparsi solo di collocamento), dopo l’esperienza del Consolato operaio di Milano, nel 1890 viene redatto lo Statuto della prima Camera del lavoro, quella di Milano, ad opera, tra gli altri, dell’instancabile promotore dell’idea, Osvaldo Gnocchi-Viani.
La formulazione dell’articolo 1 mette in evidenza una certa caratterizzazione “logistica”, stabilendo che “La Camera del lavoro comprende gli uffici di tutte le Società e gruppi che la costituiscono, le sale per uso delle assemblee, delle singole Sezioni (…) per riunioni di operai disoccupati, per gli uffici di collocamento” ecc.
Leggendo però la ricostruzione “storica” di Gnocchi-Viani su quel periodo (3), è evidente che di un progetto ben più ambizioso si trattava.

“La sorridente visione è questa” – scrive –: “fondere in un sol corpo, in un solo organismo economico, in una grande Istituzione federativa, tutto il progresso operaio compiuto fin allora; progresso, vario di forme, ma accentrantesi in una grande unità: la vita economica della classe lavoratrice.”

Le leghe di mestiere, di resistenza portavano all’interno di questa nuova struttura la rappresentanza di interessi comuni ai vari segmenti della produzione, le società di mutuo soccorso portavano la rappresentanza del bisogno di assistenza e di previdenza; nella nuova unione ciascun bisogno e ciascun interesse si evidenziava come collettivo e individuale nello stesso tempo.

Nella nascita della Camera del lavoro di Cremona l’azione dell’Associazione Generale di Mutuo Soccorso, diretta da Giuseppe Garibotti, fu determinante.
Nel luglio 1892 (un anno dopo la nascita della Camera del lavoro di Milano) si riuniscono i presidenti delle associazioni operaie di Cremona, decidendo di rivolgersi alla Giunta Municipale per ottenere in uso gratuito locali per la costituenda camera del lavoro (luce e riscaldamento compresi), e per un contributo economico che di quest’ufficio garantisse le spese di ordinaria amministrazione (4).
Non è un’idea estemporanea, questa, né un’idea di Garibotti o degli altri presidenti delle associazioni operaie.
La richiesta di aiuto economico – di “sussidio” – rivolta ai consigli comunali attraverso i sindaci sorgeva da un’affermazione di diritto: Osvaldo Gnocchi-Viani, in una lettera del 9 ottobre 1892 al Comitato promotore della Camera del Lavoro di Firenze

[...] raccomanda di chiedere sussidi solamente alle Province e ai Comuni. “I Governi, enti esclusivamente politici, non consuonano colle Camere del Lavoro, enti essenzialmente economici. Meglio si prestano la Provincia e il Comune, enti specialmente amministrativi. Fate brillare la Camera del Lavoro come una istituzione di pubblica utilità, e Comuni e Province si sentiranno moralmente impegnati a porgervi una mano [...]. Il sussidio del Comune, che è sussidio di tutti, voi compresi, non lede la vostra autonomia, non offende la vostra dignità. Non è una ingerenza che chiedete, né una elemosina" (5).

A proposito della “pubblica utilità” sottolineata da Gnocchi-Viani, è utile ricordare innanzi tutto quanto sia stato (e sia) spinosa la questione dell’autonomia delle organizzazioni dei lavoratori (delle organizzazioni sindacali) dalla sfera politica e, viceversa, la distanza che le amministrazioni pubbliche intendevano tenere rispetto al movimento operaio/sindacale. Quando alcuni prefetti – ed era capitato anche a Cremona – annullano delibere dei Consigli comunali riguardanti il “sussidio”, i sindaci ricorrono persino al Consiglio di Stato, non sempre ottenendo ragione. Per chiarire la questione, la Federazione delle Camere del Lavoro italiane diramò la circolare n. 5, datata Firenze, 20 novembre 1897 (6).

“Il Consiglio di Stato ha fatto confusione fra il concetto di generale utilità e quello di pubblica utilità [...] La differenza è sostanziale fra i due concetti; e pochi sono gl’interessi così generali da essere comuni a tutti, mentre vi sono numerosi e varii interessi particolari, la cui somma, armonia ed integrazione, costituiscono appunto l’interesse generale o universale della comunità, e cioè l’utile pubblico.”

Tornando alla cronaca dell’anno 1893 che vide i preparativi per l’apertura della Camera del lavoro di Cremona: il 2 maggio si riuniscono, sotto la presidenza di Garibotti, i rappresentanti (7) la Società Generale di Mutuo soccorso, la Società femminile, la Società lavoranti prestinai, la Società tipografica, la Società muratori, l’Unione mutua istruttiva, la Cooperativa tipografica, la Lega Contadini, la Cooperativa Ghiajaioli, la Società lavoranti parrucchieri, la Cooperativa Carrettieri, la Società edificatrice operaia, e approvano lo Statuto della Camera del lavoro (8).

Art. 1. È istituita in Cremona – per cura delle locali associazioni operaie – la Camera del lavoro.
Essa comprende gli Uffici per le Società operaie che la costituiscono, e diverse sale per adunanze generali, per conferenze, corsi d’insegnamento professionale, per ritrovi di ricreazione ed educazione per figli d’operai e per l’Ufficio centrale di collocamento.
Art. 2. Non si potrà assolutamente tenere nella Camera del lavoro alcune riunioni aventi carattere politico o religioso, dovendo la Camera – che è istituzione eminentemente economica – rimanere affatto estranea a dette quistioni.
Art. 3. La Camera del lavoro si propone di diventare il luogo di concentramento di tutti i lavoratori della provincia di Cremona, valendosi dei seguenti mezzi:
a) Procurerà di mettere a contatto ed in permanente rapporto fra di loro tutti i lavoratori salariati, per educarli praticamente alla fratellanza, alla solidarietà ed al mutuo appoggio;
b) Organizzerà per ogni Sezione d’arte o mestiere - ricorrendo all’uopo a tutti gli uffici pubblici ed alle Camere del Lavoro nazionali ed estere - un servizio d’informazione sulle condizioni del mercato del lavoro, fornendo spiegazioni ai lavoratori intorno ai rapporti dell’offerta e della domanda di mano d’opera nei principali centri industriali, e segnalando i paesi ove questa sia più richiesta e meglio retribuita;
c) Aiuterà lo sviluppo del sistema cooperativo, invigilando perché i pubblici lavori sieno affidati alle Società cooperative di produzione;
d) Sostituirà tutti gli Uffici di collocamento, facilitando – per mezzo della pubblicità e di incaricati – ai lavoratori un conveniente collocamento ed i contratti di lavoro;
e) Curerà la formazione di arbitrati fra proprietari e lavoratori per appianare e risolvere questioni di lavoro, la durata giornaliera del medesimo, la mercede, ecc.;
f) Provvederà alla formazione di una chiara ed utile statistica del lavoro sotto tutti gli aspetti;
g) Promuoverà l’insegnamento professionale per ogni arte e mestiere e studierà tutti i mezzi che valgano ad elevare il carattere morale, intellettuale e tecnico dei lavoratori, e ad educare ed istruire i loro figli;
h) Presenterà, infine, alle Autorità, nonché ai proprietari, intraprenditori o capitalisti, sia per propria iniziativa che per richiesta di associazioni appartenenti alla Camera, i voti, i bisogni e le proposte riguardanti il benessere della classe lavoratrice.

Art. 4. Possono far parte della Camera del Lavoro tutte le associazioni d’ambo i sessi di M. S., cooperazione e resistenza, o le sezioni di esse esistenti nella città e provincia di Cremona, composte esclusivamente di lavoratori che non abbiano salariati alle loro dipendenze o di stipendiati da industriali, capitalisti od uffici pubblici e privati.

Il verbale dell’adunanza del 2 maggio 1893 (il quale oltre allo Statuo approvava anche un Preventivo per l’esercizio, e il mandato per richiedere alla Giunta comunale il “sussidio”) probabilmente è il primo documento su carta intestata della Camera del lavoro di Cremona; è una sorta di atto di nascita.

Il Consiglio Comunale voterà poi l’ordine del giorno il quale, “per festeggiare le nozze d’argento dei Sovrani”, assegna un sussidio di tremila lire a titolo di incoraggiamento per l’istituzione della Camera del lavoro (9).
E la Camera del lavoro fu istituita. È la quarta in Italia, dopo Milano, Piacenza e Torino.

L’inaugurazione avviene il 27 agosto 1893, terminando con un “pranzo popolare”. La Camera viene “dichiarata aperta” dal sindaco Rizzi. Garibotti, nel suo discorso, raccomandava che

“non si facciano più mercati della mano d’opera sui sagrati delle chiese, non più riviste e defilés sulle piazze dei nostri comuni rurali, passati dai padroni per scegliere fra la turba dei poveri schiavi bianchi, quelli meglio adatti a sopportare le fatiche della mondatura del riso, della mietitura del frumento” (10).

Il vero discorso inaugurale è tenuto da Osvaldo Gnocchi-Viani.

“Badate che la vostra Camera del Lavoro non diventi una aristocrazia di una frazione di operai. Il giorno che la Camera del Lavoro dovesse diventare, come nel medio evo, una corporazione chiusa, la Camera del Lavoro, nel suo vero senso, non sarebbe più. La Camera del Lavoro deve avere, sotto un certo aspetto, della preferenza per gli operai che la costituirono ma badate, compagni operai, che non venga mai dal censo il criterio onde giudicare dell’ammissione d’un operaio alla Camera del Lavoro, se volete combattere coloro che oggi vi dominano, dovete ripudiare i loro criteri. Le vostre istituzioni operaie devono avere le porte aperte a chi soffre la miseria di quaggiù, abbia o no quattrini in tasca…”

Gnocchi-Viani parla dell’ammissione “d’un operaio” alla camera del lavoro, ma la formulazione del pensiero non deve trarre in inganno: la camera del lavoro di fine ‘800 è in nuce l’organizzazione confederale delle varie associazioni di mestiere ecc. alle quali i singoli lavoratori aderiscono. Lo si vede anche dalla composizione del primo organismo direttivo, la commissione esecutiva provvisoria, che venne democraticamente eletta dagli iscritti alle varie associazioni e non solo in rappresentanza di esse ma seguendo un’idea di rappresentanza complessiva: Carmela Baricelli, insegnante, della Socistà di mutuo soccorso femminile, garantisce la rappresentanza femminile e lo sguardo sull’istruzione, Giuseppe Garibotti viene dalla Società generale di mututo soccorso, Bianchini (di cui non conosciamo il nome) rappresenta i carrettieri che formano una cooperativa assai numerosa, Mancini è tipografo, quindi appartiene a una delle leghe di mestiere più antiche e più combattive, Ludovico Quaini, avvocato, è segretario della Sezione Contadini.
Ecco, sorprende forse soltanto quest’ultima “nomina”, dal momento che il movimento contadino, a quel tempo, aveva già rappresentati suoi, non provenienti, cioè, dalla “borghesia illuminata”. Ma Giuseppe Barbiani, “l’agitatore contadino” di Spineda (che si era trasferito con la famiglia a Cremona) era stato scelto per “segretario” della Camera del lavoro, ruolo che può sembrare più esecutivo-impiegatizio che politico (11). Naturalmente per Barbiani, chiamato anche “l’Apostolo”, fu ruolo politico, eccome, e lo dimostreranno fatti anche drammatici da lì a poco.

Le Camere del lavoro dichiarano per statuto il loro carattere apolitico e si propongono come attori della “pacificazione” nel conflitto di classe; tuttavia verranno spazzati via, insieme alle leghe, alle cooperative, alle organizzazioni e agli organi di stampa della sinistra, dalla bufera repressiva del 1898.
La prima azione di massa guidata dalla Camera del lavoro fu lo sciopero delle filatrici (12). E, benché la retribuzione di queste “schiave bianche” – come le definiva la stampa operaia di allora – era sufficiente per garantire la fame e non la vita, lo sciopero non aveva la ragione immediata in una vera rivendicazione salariale (chiedevano un centesimo di aumento all’ora!), ma nella richiesta di un’ora di lavoro in meno. L’orario di lavoro delle filatrici era di 13 ore piene in estate e 12 in inverno, le mondatrici lavoravano 14 ore al giorno (con le mani nell’acqua bollente). Chiedevano, inoltre, l’abolizione delle multe e dei castighi previsti dai regolamenti di fabbrica per il minimo errore tecnico.
Ma nelle filande, numerose allora a Cremona (Filanda Lanfranchi, Martinelli, Gnerri, Groppali, Zonca, Rebuglio, Dalolio, Superti, Tessaroli ecc.), non era stato apportato alcun miglioramento, nonostante i “buoni uffici” del sindaco – su richiesta di Bissolati – presso i proprietari delle filande. Scendono in sciopero – e si riuniscono in assemblea – 1.500 filatrici (“vale a dire che quasi in ogni famiglia operaia della città, o almeno in ogni caseggiato, c’è una filatrice”). Davanti alla filanda Gnerri le lavoratrici e al loro fianco i dirigenti della Camera del lavoro, tra i quali Giuseppe Barbiani – si trovano a fronteggiare una compagnia di bersaglieri. Nei tafferugli Barbiani viene arrestato e portato in carcere; sarà condannato a un anno di domicilio coatto, perciò si riparerà, per la seconda volta, in Svizzera e “la Camera del Lavoro aprì una sottoscrizione a favore della sua famiglia”.

Lo sciopero durò 7 giorni, svuotando le casse mai troppo ricche del fondo di resistenza. Molte delle filatrici volevano andare avanti, ad oltranza, fino all’accoglimento totale delle, per la verità non esorbitanti, richieste. Ma il presidente della Camera del lavoro, Garibotti, caldeggiò l’accettazione dell’offerta padronale: una diminuzione di un’ora di lavoro e un aumento di mezzo centesimo all’ora. Una parziale vittoria.
Nell’agire di Garibotti si possono leggere le due necessità: guidare, nel modo più efficace possibile, il “moto” dei lavoratori e delle lavoratrici e, nello stesso tempo, usare una certa “diplomazia” nel far risaltare “l’opera pacificatrice” della Camera del lavoro, imprescindibile condizione affinché non venisse a meno l’aiuto economico delle amministrazioni comunale e provinciale. Opera sempre più difficile, questa, dal momento che alla tumultuosa protesta degli ultimi, disperati e affamati (letteralmente affamati, dato l’aumento del prezzo del pane e della farina…), all’avanzata delle forze politiche che li rappresentano, il governo di Antonio di Rudinì contrappone la repressione.
Lo stato d’assedio del generale Bava Beccaris raggiunge Cremona nel giugno del 1898. Viene allontanato il prefetto (Toni, “che aveva avuto il torto di non vedere anche qui, appiattato in piazza S. Paolo, in via Passeggio, in via XX Settembre [dove hanno sede rispettivamente la Lega Socialista, la Camera del Lavoro, il Circolo di studi sociali] lo spettro rosso della rivolta repubblico-comunalista”) e il reggente Doneddu, con un decreto del 4 giugno 1898 scioglie i partiti, i circoli e le associazioni della sinistra e dei lavoratori e sospende i loro organi di stampa (13).
È “sciolta”, chiusa, dunque la Camera del lavoro, sono sciolte le leghe di resistenza dei lavoratori. Le sedi sono perquisiti e tutti i documenti sequestrati. Sono deferite all’autorità giudiziaria “tutti i componenti della Commissione Esecutiva della Camera del Lavoro: Garibotti, presidente; Mancini, vice presidente; Franchi, segretario; Taino, cassiere. Amici, Bianchini, Bonoldi, Borghesi, Bozzetti, Ceruti, Gamba, Moglia membri della commissione stessa”.

Come avvenne per la nascita, anche la rinascita della Camera del lavoro, fu opera della Società generale di mutuo soccorso.
“Il 13 maggio 1901 per le vie di Cremona ci fu un grande corteo dalla stazione al Centro Plasio, dove sventolarono nuovamente le bandiere dei lavoratori. La Camera del Lavoro si trasferisce in via Cannobio, il segretario è Lincoln Franchi”.
E ancora una volta, essendo di vitale importanza per il funzionamento della Camera del lavoro il contributo economico delle amministrazioni locali, il dibattito si accende attorno al suo “carattere apolitico” e alla sua “funzione pacificatrice” nelle “inevitabili lotte e divergenze tra capitale e lavoro”, come scriveva ancora nel 1900 l’Associazione Generale di Mutuo Soccorso fra gli operai di Cremona, intervenendo in suo favore presso la Giunta Municipale.
Nel 1902, il sindaco Dario Ferrari deve difendere in Consiglio Comunale la decisione della Giunta di concedere il sussidio (15):

“Dopo tante occasioni in cui il Consiglio si occupò della Camera, sia per fondarla e per sovvenirla, sia per stigmatizzare la sua violenta soppressione nel 1898 e per ricorrere contro Decreti Prefettizi che tentarono negare la legalità del sussidio e per ricostruirla più tardi nel 1901, è vano ritesserne la storia. […]
Riconosciamo che, sotto un largo e generale punto di vista, codesta concezione che noi ci siamo formata delle Camere del Lavoro possa dirsi una concezione politica. Ma ciò avviene soltanto a causa dell’inferiorità del nostro paese in confronto di altri, perché da noi suole ancora apparire in veste di partito politico ciò che altrove non più tampoco discusso, la piena libertà cioè di associazione e resistenza: perché da noi suolsi ancora pur troppo scambiare per odio di classi l’innegabile contrasto di interessi economici e definire fomentazione e aizzamento di odio ciò che invece, tenendo a forme civili dei naturali conflitti, riesce opera di pareggiamento e pacificazione.
Noi crediamo che il nuovo diritto che va a sorgere a consacrazione e riconoscimento delle forze operaie e della mano d’opera non abbia un maggiore carattere politico di qualche sezione del Codice Civile che tratti della proprietà, dei frutti del capitale, del diritto successorio.
Ecco perché l’accennata concezione politica delle Camere di Lavoro ha un fine così nobile ed alto a cui tutti i partiti rispettabili, cui non acciechi egoismo di classe o di borsa, dovrebbero o potrebbero cooperare senza reputare con ciò di fare opera di partito. […]
Ma questa nostra profonda e insospettabile convinzione ci dà appunto ed altresì il diritto e il dovere di affermare che le Camere di Lavoro non debbano mai servire a fini di un determinato partito, sia esso socialista, radicale o conservatore. La massa operaia, come tale, non è un partito, più che non lo sia o più che non lo debba essere l’esercito o la Chiesa, la classe borghese commerciante o industriale. […]
Comprendo le difficoltà dello sdoppiamento, dirò così, dei propagandisti tra uomo di parte e uomo di semplice propaganda economica. Ma è appunto qui che deve rifulgere la nobiltà, l’onestà, la tempra, il carattere loro, nel resistere alla tendenza di confondere l’una con l’altra cosa".

Non è di poco conto ciò che ribadisce il sindaco Dario Ferrari: le Camere del lavoro – dice sostanzialmente – fanno politica, in quanto rappresentano nei processi economici, sociali, quindi necessariamente politici, la classe lavoratrice; ma la rappresentano e le danno voce al di sopra delle contese di parte dei partiti. E questo significa, comunque, l’inclusione delle organizzazioni sindacali nella vita politica, nel senso più alto intesa.

La Camera del Lavoro di Cremona al IV Congresso della Federazione delle Camere del Lavoro tenuto a Reggio Emilia il 19 ottobre 1901 si presentava con 19 organizzazioni operaie e un totale di 1.737 iscritti. Al momento della costituzione erano 900.
Nasce una succursale a Casalbuttano, all’epoca centro industriale e agricolo di una certa importanza.
Le Camere del lavoro di Crema e Casalmaggiore vengono fondate nel 1901; sono autonome, per un certo periodo, da quella di Cremona.
Mancano pochi anni alla nascita della Confederazione generale del lavoro, che estenderà, su tutto il territorio nazionale, a tutto il movimento e a tutte le organizzazioni dei lavoratori (quelle aderenti, ovviamente) i principi fondanti delle Camere del lavoro.
Nelle camere del lavoro avviene ciò che va oltre il perseguimento di singoli obiettivi rivendicativi delle singole leghe, dei sindacati “di mestiere”; le camere del lavoro attuano ciò che oggi chiameremmo “contrattazione territoriale”.
Le camere del lavoro forniscono assistenza legale per le vertenze individuali, garantiscono il coordinamento degli scioperi estesi sul territorio provinciale e i quali coinvolgono spesso lavoratori di più settori. Sostengono le associazioni aderenti nella gestione degli uffici di collocamento e dei fondi di resistenza allo scopo di distribuire anche sussidi nei casi di malattia e infortunio, di disoccupazione.
Le camere del lavoro aiutano i lavoratori ad ottenere il diritto di voto – a questo scopo fanno nascere anche “scuole elettorali”, e corsi di alfabetizzazione e “Biblioteche circolanti”.

Le camere del lavoro univano il rispetto delle differenze alla cultura della solidarietà, la tutela individuale alla tutela collettiva del mondo del lavoro. Divennero luoghi fisici ma anche simbolici della rappresentanza degli interessi economici e delle rivendicazioni di piena cittadinanza dei lavoratori e delle lavoratrici.

Note:
(1) Osvaldo Gnocchi-Viani, Dieci anni di Camere del Lavoro e altri scritti sul sindacato italiano 1889-1899. Ediesse, 1995, p. 127
(2) Umberto Romagnoli, Lavoratori e sindacati tra vecchio e nuovo diritto, p. 124, nel volume dell’autore Le origini del pensiero giuridico sindacale in Italia, il Mulino, 1974).
(3) Osvaldo Gnocchi-Viani, op. cit. pp. 130-131
(4) Camera del Lavoro della Città e Provincia di Cremona, Relazione presentata alla Esposizione Internazionale Operaja di Milano - 1894, Cremona, Tipografia Cooperativa Operaia 1894, p. 6; ASC, Co.Cr., busta n. 323.
(5) Stefano Merli, Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale, La Nuova Italia, Firenze, 1972, nota n. 12, p. 637.
(6) ASC, Co.Cr., busta n. 323, prot. 11484 - S.G. / 24 novembre 1897. (Per i documenti conservati presso l’Archivio di stato di Cremona cfr. Carteggio tra l’Associazione di mutuo soccorso degli operai cremonesi, la Camera del lavoro di Cremona, le leghe aderenti alla Camera del lavoro e il Comune di Cremona 1892-1922, e Teréz Marosi, “I desiderati dei nostri operai”. Dalle Società di mutuo Soccorso alla Camera del Lavoro. Quaderni dell’Archivio della Cgil di Cremona, CdLT Cremona, 1996 (edizione on line)
(7) Garibotti e Cavalli per la Società Generale di M.° S. = Cademartori Bovi-Bardi e Baricelli per la Società femminile = Balestreri per la Società lavoranti prestinai = Speroni per la Società tipografica = Bozzetti per la Società muratori Bertolazzi per l’unione mutua istruttiva = Pagliari per la Coop.a tipografica = Quaini per la Lega Contadini = Rossi e Gualazzini per la Coop. a Ghiajaioli = Trezza per la Società lavoranti parrucchieri = Bianchini per la Coop.a Carrettieri = Spotti per la Società edificatrice operaia.
(8) Statuto e Regolamento per la Camera del lavoro della Città e Provincia di Cremona, Tipografia Cooperativa (già Ghisani), Cremona, 1893, pp. 3-6
(9) Relazione presentata alla Esposizione Internazionale Operaja di Milano - 1894, cit., p.6.
(10) Cfr. Emilio Zanoni, Mario Bardelli, Giovanni Chiappani, Renzo Antoniazzi, Ottant’anni di lotte del movimento sindacale cremonese (1893-1973) (edizione on line)
(11) Ottant’anni di lotte…, op. cit.
(12) Ottant’anni di lotte…, op. cit.
(13) Ottant’anni di lotte…, op. cit.
(14) Ottant’anni di lotte…, op. cit.
(15) Atti del Consiglio Comunale - Sessione Straordinaria del 13 marzo 1902, Relazione e ordine del giorno presentati dal sindaco; ASC, Co.Cr., busta n. 323. (Vedi nota 6.)