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L’argine e la golena, il maschio e la femmina, le robinie selvatiche e i fiori del diavolo, i pioppi e  i salici, le serre & le serre, la plastica & la plastica, le case con la memoria del verderame e le case senza memoria, le storie dei briganti che scendono verso il mare e i racconti dei bugiardi, le zanzare e le bisce d’acqua (nere), l’odore dell’uva fragola  e la puzza del diserbante, la Coop e i negozi morti e risorti nella sua pancia, i canali grassi di rane e magri di acqua, VENDESI PESCHE E ZUCCHE (girare a destra), il treno (che si è perso i vagoni, nel tempo) e la stazione nuova, IL PARADISO DEL COCOMERO & IL LIMBO DELLE DOMENICHE POMERIGGIO, la fabbrica chiusa e il centro anziani aperto, i trattori che sputano e i vecchi che sputano, i ragazzi con le Nike e i motorini coi ragazzi, l’ultima trattoria e il primo quasi-pub, la strada di asfalto e la strada di acqua, due rive e due dialetti...

Io sono di qui. E mi piace ascoltare le storie. Non sono né belle né grandi, qualche volta neppure vere. Le dicono i vecchi, perché trovino granaio.

 

Questo è un racconto di Zena Roncada, insegnante e scrittrice di Sermide, in provincia di Mantova, paese che s’appoggia all’argine del Po. 

(È pubblicato nel suo blog «colfavoredellenebbie».)

Avrei proposto volentieri questo testo al curatore della mostra, Giovanni Giovannetti, e sarebbe diventato forse il pannello di chiusura. «Ascoltare le storie» che dicono i vecchi perché «trovino il granaio»: la narrazione, la trasmissione di saperi, la conservazione della memoria. Sono queste le «Cose» che caratterizzano questa mostra.

Perché questa mostra è un racconto per immagini. Chi l’ha creata ha scelto, dove ha potuto, delle sequenze di immagini, ma troviamo anche singoli scatti – nei nostri archivi spesso si trovano solo alcuni superstiti dei servizi fotografici di una volta – composti attorno ad un argomento; l’acqua, le attività che la vedono protagonista e sfondo – che siano i trasporti o il bucato o lo sport –, lo sfruttamento dei suoi beni: la stessa acqua irrigua o l’oro (che si sperava) depositato, la sabbia o il salice o i vimini delle rive, i pesci… fino ad arrivare ai tempi dell’energia nucleare, a Caorso. E camminando da Pavia a Mantova s’incontrano i riti di una civiltà contadina tramontata (e un po’ anche viva) a protezione “magica” delle terre coltivate lungo le sponde, si incontrano le cascine (“fabbriche contadine”, direbbe Luigi Ghisleri), le stalle, gli animali e le macchine; le lotte sociali, i volti d’altri tempi come quelli dei bergamini e i volti nuovi dei mungitori indiani. Fotografia di una cultura della terra che giunge al trapasso con le immagini emblematica dell’uccisione del cavallo e di un’altra – di una “vecchia modernità” – che già oggi è morente, avvelenata, stritolata da giganti di ferro, macellata alla catena di montaggio del nostro cibo.

Si chiude così, questo racconto. Non la Storia, lo speriamo.

Questo “racconto per immagini” nulla concede alla “retorica” sul passato o sul presente; al pathos si affida, invece, a quella emozionalità che – insieme ai valori posti e al razionale argomentare – devono costituire la nostra buona retorica, ovvero l’arte del convincimento o – più modestamente – un coerente ed efficace discorso.

E con la parola “discorso” torniamo all’anima vera di questa mostra: il racconto; racconto sulla vita e sulla morte, un racconto sul lavoro e sui lavori.

La singola immagine coglie un particolare, ce la ingrandisce; per qualcuno questo si traduce in ricordi, per altri magari in domande. Ma è con la narrazione realizzata dalla sequenza d’immagini che i dettagli acquisiscono forza, non solo emotiva. Ed è la narrazione che esige la continuazione, ci chiede di continuare a scriverla, la storia. Perché i figli imparino a leggere il proprio codice genetico sociale, perché noi impariamo a “fotografare” l’oggi. Fotografare, fare ingrandimenti, narrare con immagini e parole i lavori di oggi, a comunicare realtà e non reality. 

Teréz  Marosi

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Un'immagine della mostra:

Manifestazione di braccianti sull'argine

Sermide, 1950

Zena Roncada: Padre