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Schede Parte III - Dal tronco alla cornice

La sfortunata Osteria del Cannone di via Podestà

Parlando dell’indotto collegato all’attività della Cavalli &.Poli di Casalbuttano, non si può non conservare alla memoria collettiva le vicende de l’Ustarìa de’l Canòon . Essa venne aperta in via Podestà, proprio di fronte alla Cavalli & Poli con la speranza, da parte dei titolari, di avere miglior fortuna che nelle precedenti sedi e di beneficiare del movimento delle maestranze dello stabilimento. Invece, dopo poco tempo, le Aste Dorate chiusero e gli operai che non vennero licenziati si spostarono a Cremona.

Ricordare la storia di questo esercizio - anche se si devia dal tema principale - significa aprire una pagina di storia casalbuttanese che ha un suo significato. Storia che ho raccolto nella primavera del 1991 dalla voce della prof. Ezilde Gastaldi (n. 1908), scomparsa da poco.

L’osteria era posta, prima della guerra del ‘15-18, nello stabile di proprietà del farmacista Giovanni Ferrari e poi acquistato dalla famiglia di Guido Rizzi e Beniamino, là dove si trova oggi un negozio  di profumeria e articoli sanitari. 

Il nome le veniva dalla strana insegna: un cannoncino in ferro battuto racchiuso in una cornice rettangolare appeso a un’asta di ferro. Sopra l’asta la caratteristica fràasca, un ramo di pino che, secondo una antichissima usanza, segnalava ai passanti un’osteria che pigiava in proprio.

Osteria che aveva all’interno un arredo tutto grande e vecchio, dai mobili quasi neri al focolare, dove d’inverno, assieme a grandi ceppi, si bruciavano vinacce e vinaccioli, residui della torchiatura. Una delle tante dove negli ultimi giorni della settimana si cuocevano in grosse pentole gli ingredienti della trippa festiva: frattaglie di bovini, orecchie, codini e zampe di maiale, fornite in quegli anni dalla piccola ma attivissima macelleria dei fratelli Marasca. Poi i nervèt e le ossa non del tutto spolpate, j òs de nimàal.

Che colpiva, sul fondo della cucina, nero e monumentale con enormi cassetti, el casabàanch, da cui si spandeva nell’ambiente il caratteristico profumo del pane. Uno dei cassetti era chiuso a chiave e conteneva parecchie ciotole di legno,li cusèti, una per ogni tipo di moneta: i ghèi, i dùu ghèi, li palàanchi (5 centesimi) i palancòon (10 centesimi) i vintìin, i fràanch d’argèent e i napuleòon, stupende monete pure d’argento da cinque lire l’una. Più che la saletta, l’ambiente con i lunghi tavoli dove si giocava anche alle carte, caratteristica era il lavandino, la stanza abbastanza grande col grande lavello in rame e le rastrelliere per piatti e sottobottiglie e le file dei bottiglioni, del vino, a terra.

Fuori del caseggiato, la tinaséera, con tini, botti e le mensole con le bottiglie.

Nel cortile, sotto il bersò delle viti, col bel tempo si giocava alla morra, nonostante fosse proibito.

L’osteria era appartenuta, fin verso il ‘14, a una certa Nina Ceruti ved. Torresani la cui figlia Lina andrà sposa ad Abele Tagliasacchi, impiegato alla Cavalli & Poli di Casalbuttano. Quell’anno, dopo un breve periodo di gestione da parte di un  certo ‘Ndrìin Mignàan, lattaio, l’osteria fu prelevata dai fratelli Chiari - Cecco e Giannino - zii materni della signorina Esilde, chiamati i zìu de ‘l Canòon.

Chi conduceva l’esercizio erano le mogli, lavorando gli zii alla Cavalli e Poli di Cremona, dove si recavano quotidianamente in bicicletta. Pochi clienti durante la settimana, ma gran movimento la domenica, giorno di mercato con gente che veniva da tutte le parti. Poco lavoro durante la guerra, ma quando gli zii ritornarono indenni - Francesco riprese il lavoro a Cremona, Giannino badò agli affari dell’osteria che incominciarono ad andar bene sia per la ripresa dell’industria sia perché frequentata da nuovi clienti. Erano gli anni dell’amministrazione rossa e i simpatizzanti e gli attivisti dei partiti di sinistra posero il loro quartier generale al Cannone. I gruppi direttivi e i cosiddetti amici del garofano rosso sedevano in permanenza alternando larghe bevute a lunghi discorsi. Eran gli anni degli aspri contrasti tra rossi e bianchi.

“Ma scende a un tratto, a far quiete e silenzio, nelle dispute tra compagni e pipìin, la violenza fascista. Ricordo con orrore un episodio d’una sera di febbraio, mi pare del ‘22, quando vennero dei forestieri in berretta nera e bastonarono crudelmente un certo Pigoli…”

Tutto ciò nuoce all’ambiente del Cannone che perde gran parte della clientela, sentitasi sorvegliata. E intanto appare lo spettro della disoccupazione, chiudendosi a una a una le filande e lavorando a singhiozzo la Cavalli & Poli. Il proprietario, proprio allora, manda lo sfratto ai Chiari.

Niente da fare, nemmeno tramite avvocati. La causa è persa.

Per salvare la licenza i Chiari sono costretti ad accettare i locali e a rilevare le giacenze della Cooperativa Bianca - situata dove è ora la casa vicariale - che sta per fallire; ma quando sembra che gli affari riprendano, nuova ingiunzione di sfratto: l’esercizio non ha la distanza prevista dalla legge dal Ristorante ai Giardini, allora gestito dai Gajardéi (oggi bar List ) proprio al di là della via.

Nuovo trasloco dell’insegna del cannone. Si va nella abitazione lasciata libera dalla numerosa famiglia del capomastro Giacomo Daguati e posta di fronte allo stabilimento Aste Dorate.

“È l’11 febbraio 1929, ricordato per il freddo eccezionale. Purtroppo - arriva la quota ‘90 - nemmeno lì gli affari prosperano. Nuovo sfratto, nuovo trasloco. L’osteria si sposta in via Bellini subentrando all’osteria della famiglia Baldocchi (i Minòt), oggi proprietà della famiglia Villaschi. L’Italia entra di nuovo in guerra e né l’osteria né gli zii - morti entrambi poco più che sessantenni - hanno fortuna. E il cannoncino? Buttato senz’altro come tanta altra anticaglia.(Più tardi quell’osteria fu gestita da un Peppino Montagnini, il quale le diede altro nome: Osteria della Primavera, ma anche questa senza fortuna.”