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Schede Parte III - Dal tronco alla cornice

Capitolo 1

Aristide Cavalli

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A descriverne la figura e l’opera non c’è di meglio che riprendere gli appunti letti durante la manifestazione del cinquantenario di fondazione della Cavalli & Poli dal presidente di allora, il milanese Giovanni Arduin per il quale 

Ingrandimento

ricordare i fatti più salienti della sua vita significa tracciare in sintesi la storia della nostra Società. Alla morte di Cavalli, lavoratore indefesso, audace e fortunato pioniere di industrie, temperamento artistico, animo aperto ai più elevati sentimenti umanitari, una delle figure caratteristiche della Cremona scomparsa, 

sulla rivista Cremona, edita a cura dell’Istituto di Cultura in un fascicolo che ho potuto rintracciare personalmente nel 1942, quando ebbi i primi rapporti con la Società Cavalli & Poli per conto di un gruppo di vecchi soci che desideravano far valere certi loro diritti - venne fatta la pubblicazione a firma Vittorio Grandi che desidero leggere abbastanza per esteso.  

“Aristide Cavalli nasce a Oneglia da Savino (figlio di G. Battista, cl. 1789, cremonese, e A. Maria Ceruti) e Matilde Pagnini, il 12 aprile 1856. Cresciuto praticamente dalla zia paterna Costanza egli passa buona parte del suo tempo nell’ambiente della libreria Cavalli, addossata alla Cattedrale, di fianco al Battistero. Viene mandato ad apprendere l’arte liutaria da Giuseppe Beltrami, falegname proveniente da Vescovato e che, a tempo perso, costruisce violini. Nel 1876, con un meschino capitale, Aristide apre in Corso Campi (ubicata dove c’è ora “Emiliana Calzature” in Galleria) un proprio negozio di libri e per la vendita degli strumenti musicali da lui costruiti (vedi fattura).

Successivamente, spostata la libreria in un locale più spazioso di fronte al teatro Ricci (poi Politeama Verdi) egli attrezza un più idoneo laboratorio che si occupa anche della riparazione di arnesi musicali e che viene affidato a personale qualificato tra cui Giuseppe Beltrami, Pietro Grulli e i fratelli Palmiro e Romideo Muncher di Corte de’ Frati.

A onor di storia va detto che, trascorrendo l’infanzia e la giovinezza nella libreria della zia Costanza Cavalli – tipo di donna patriottica, importatrice audacissima di scritti mazziniani – locale frequentato dai cremonesi liberaleggianti, Aristide si foggia il carattere assorbendo una varia cultura e sviluppando notevoli doti artistiche. Si è scritto che egli, figlio del suo tempo, sentì profondamente quella che i socialisti di allora chiamavano la questione sociale. Ma non è socialista. Non crede alla lotta di classe. È, invece, convinto che il miglioramento del tenore di vita delle classi operaie non possa derivare che da una aumentata richiesta di mano d’opera sul mercato del lavoro. Vede perciò, nell’industriale, non lo sfruttatore, ma il fattivo costruttore delle fortune del proletariato; e diventa industriale per cooperare all’elevamento del nostro popolo.  

Nel 1890 – già sposato a Teresa Rossoni e padre di Lelio, cl. 1883, inizia la pubblicazione di un periodico musicale che raccoglie, oltre ai suoi saggi, gli scritti inediti degli appassionati musicologi cremonesi.  

Per gli strumenti ad arco da lui costruiti – violini, viole, violoncelli, chitarre e mandolini – gli viene assegnata una medaglia d’oro all’esposizione cremonese del 1880 e un’altra nel 1904 a Saint Louis.

Nel 1908 viene istituita l’Officina Claudio Monteverde (nota 1) avendo il Cavalli comperato da Palmiro Turini  l’antica filanda Bertarelli, quella che possiede la torre vogheriana in via del Cistello e nota come il minareto (nota 2) . Qui il Cavalli riesce a creare un organismo originale nel quale, sempre mirando all’eccellenza del prodotto, sfruttando i concetti della organizzazione industriale ed, entro certi limiti, i moderni mezzi della lavorazione del legno, riesce ad abbassare notevolmente il costo di produzione del violino finissimo.  

Rimase funzionante con successo sino al 1929 quando la tristemente nota “quota 90” mise sul lastrico tutti gli italiani. L’impresa liutaria fallì alla vigilia della morte del suo ideatore (16 gennaio 1931).

Nel 1912 è insignito di Croce di Cavaliere del Lavoro da parte dell’ing. Remo Lanfranchi, presidente allora della Camera di Commercio.

Il 16 gennaio Aristide Cavalli si spegne improvvisamente e serenamente. La stampa lo ricorda come uomo senza bisogni materiali “parsimonioso e di modestissimo tenore di vita;… certo, ben pochi uomini lavorarono come lui, tutta la vita, per creare altro lavoro…; ebbe un alto senso della dignità umana… non fu mai servile e verso i dipendenti usò sempre tratti della più squisita cortesia. Audace nelle imprese industriali, non fu mai affarista. Non speculò mai poiché gli mancò l’avidità per il denaro e concepì la ricchezza come un mezzo per procurare a sé l’indipendenza morale e creare per gli altri la fonte di un onesto lavoro…”  

Nessuno dei suoi discendenti seguirà la sua strada: il figlio Lelio (cl. 1883, sposato a Giuseppina Casazza) laureato in fisica e matematica, ingegnere laureatosi inoltre in acustica all’Università di Lipsia, prende la strada dell’insegnamento(dedicandosi altresì alla conduzione della fabbrica di violini di via del Cistello). Neppure i nipoti, i gemelli Aristide (nota 3) e Gherardo (cl. 1921), laureati in matematica e, dedicatisi alla carriera dell’insegnamento, avranno a che fare con le Aste Dorate.

È quella di Aristide Cavalli, una biografia sicuramente lacunosa. Concludo la scheda a lui dedicata riportando una poesia in dialetto cremonese dedicatagli nel 1920 dal noto poeta Giovanni Lonati e dal titolo Meralegri. La traduzione è di Gentilia Ardigò, poeta dialettale casalbuttanese.